IL
MONTE ATHOS

2004-2006

 

Il monte Athos è un’impervia cima rocciosa poco più alta di 2000 metri. Ma la sua slanciata sagoma, simile a un lungo collo di cigno, si dice che proietti la sua ombra fino all’isola di Limnos, ormai prossima alle coste turche. Dalla vetta prende nome anche la penisola, dita levantina tra le tre che formano la regione della Calcidica a nord-est della Grecia. E il monte stesso ne rappresenta l’unghia. Questo piccolo territorio è soprattutto conosciuto però come Agion Oros, cioè Monte Santo, poiché da più di mille anni asceti, anacoreti, mistici, eremiti, monaci e santi ne hanno fatto luogo sacro e cittadella arroccata della tradizione religiosa ortodossa. Ancora oggi tra le precipiti valli dell’intera penisola vigono regole monastiche poco discoste dagli antichi statuti medievali e gli stessi monasteri sono concepiti a mo’ di fortezze, quasi a simboleggiare l’arcigna protezione della tradizione e la voluta indifferenza alla caducità dell’umano consorzio che,  fuori dall’Athos, si affanna a creare fittizie verità. Attorno a questi giardini dello spirito, Maria Madre di Cristo, qui venerata perchè scelse l’Athos come luogo di preghiera e ritiro, ha voluto regalare alla comunità monastica che qui sola vive, una generosa rappresentazione della natura. Boschi secolari attraversati da sentieri arricciati sulle coste montane e tripudi di acque cristalline che velocemente guadagnano le orride scogliere che si inabissano in un mare azzurro e puro, che pur farebbe la gioia di avidi bagnanti se solo non ne avessero il diniego. Ma nonostante l’evidente principio di clausura oggi Agion Oros è visitabile e sicuramente consigliabile per quanti cercano ancora i percorsi della crescita spirituale. L’esperienza è però negata alle donne che si devono accontentare di escursioni su battello a largo delle coste e che comunque permettono di osservare a distanza i monasteri che si affacciano sul mare.

LO SCISMA

C’era una volta la grande famiglia cristiana che già ebbe un duro colpo dalla divisione imperiale di Bisanzio. E quell’impero,  che tanto era abituato a volgersi con interesse verso levante fin da Alessandro il Macedone, racchiuse la sua chiesa girando le spalle a Roma e all’Occidente. Gli interessi economici in primis e certe pratiche liturgiche stabilirono la frattura. Correva l’anno 1054 e tra il Patriarca Michele Cerulario e il Papa Leone IX volarono reciproche scomuniche. Il popolo ortodosso gioì. Si stabilì così l’indipendenza dei riti. A tentativo di riunificazione, all’inizio del XIII sec., il Papa Innocenzo III scagliò la sua offensiva militare dirottando la IV crociata dalla Terra Santa alla volta di Costantinopoli. Dopo quasi 60 anni i bizantini ripresero il potere per riperderlo e riconquistarlo successivamente. Da allora ad oggi le divergenze tra le due grandi correnti cristiane non si sono placate e Agion Oros, in quanto cuore dell’ortodossia, ne rappresenta in pieno l’essenza dello scisma. Basti pensare che quando, recenti fatti, in segno simbolico di riavvicinamento, il Patriarca di Costantinopoli e il Papa si sono abbracciati, sul Monte Athos le campane hanno suonato a morto.
Nel monastero di Megisti Lavra campeggia ancora in bella cornice la stampa di un dipinto che ritrae la caravella ortodossa con a bordo la Madonna, inutilmente attaccata dal Papa, dagli ebrei, dagli ottomani, da Lutero e dai crociati, definiti tutti anticristo. Molti monaci, pur non potendo epurare i non ortodossi dal luogo sacro dell’Athos, non mancano di manifestare, senza troppa diplomazia, il loro disappunto nei confronti soprattutto dei cattolici. I non battezzati, così vengono definiti gli extraortodossi, anche accendendo una sola candela votiva possono profanare la sacralità del luogo. E si pensi a quante reliquie, quanti manoscritti, codici e incunabili sono preclusi a fedeli e infedeli, perchè l’Athos significa gelosa conservazione dei suoi tesori. Un atteggiamento che ha comunque permesso di tramandare una tradizione medievale pressocchè integra. Solo negli ultimi anni sono arrivati il telefono e l’energia elettrica spesso prodotta da pannelli solari. Solo negli ultimi anni ci sono state evidenti ristrutturazioni architettoniche utilizzando nuovi materiali edili, le terre vengono coltivate, almeno nei monasteri più ricchi, con moderni mezzi agricoli e l’acqua è stata captata dalle sorgenti e portata ovunque. Ma il tempo continua ad essere scandito secondo ritmi antichi. Un orologio, a Megisti Lavra, scandisce le 12, ma secondo i nostri cronografi sincronizzati sui tempi civili sono le 19. L’ora zero per i monaci è l’alba.

VISTO DALL’ATHOS

Dopo il classico iter burocratico, leviamo l’ancora da Ouranopolis col ferry boat delle 9 e 45. È la terza volta che torno ad Agion Oros, la seconda con mio figlio Michele e con gli amici Franco, avvocato appassionato di spiritualità e Stefano, banchiere anomalo e viaggiatore, la prima volta con Dario, figlio di Franco, Gianluca, ricercatore e direttore del Museo Polare di Fermo,  Platone, amico greco, unico ortodosso e trait d’union linguistico. Il battello non passa lontano dalla costa per cui preferiamo affrontare i rigori dei gelidi venti marzolini sul ponte della nave piuttosto che perdere le cittadelle arroccate dei monasteri che sfilano austere sui contrafforti montuosi tra gli striduli richiami dei gabbiani. Il primo monastero a comparirci a prua è Dochiariou, la cui tendenza a stringersi attorno alle torri ricorda, molto liberamente, le immagini delle cittadelle germaniche di Bosch. Dochiariou è dedicato agli arcangeli, poichè si ricorda di un miracolo di cui fu protagonista un giovane pastore. Costui trovò un tesoro in una grotta del vicino dito calcidico di Sithonia e riportò l’avvenimento all’abate, il quale inviò due monaci a verificare l’esattezza della notizia. I due, di fronte alla magnificenza degli ori, persero la testa e gettarono in mare il ragazzo. Nascosero il tesoro e tornarono al monastero dicendo che il pastore era scappato con tutte le ricchezze. Ma la sera stessa sull’altare della chiesa ricomparve il pastorello ancora tutto bagnato che disse che a salvarlo erano stati gli arcangeli. Non molto distante da Dochiariou ecco il monastero di Xenofondos, anch’esso affacciato sul mare. L’attracco al suo porticciolo è atteso da un gruppo di monaci in evidente eccitazione per l’arrivo di una nuova cisterna per l’acqua. I barbuti in tonaca nera si accalcano attorno all’enorme cilindro di plastica e come un’affiatata compagnia di facchini lo fanno scivolare a terra. Il traghetto riparte e poco dopo attracca ai piedi del monastero russo San Pandeleimonos. Le sue cupole verdi richiamano architettonicamente le torri del Cremlino e la sua grandezza non giustifica la presenza stanziale di sole due dozzine di monaci. È l’effetto di uno spopolamento che dalla prima guerra mondiale non ha avuto più recessione. Basti pensare che la comunità russa raggiunse la cifra di duemila monaci riuscendo a vincere la diatriba con il Patriarca di Costantinopoli riguardo la celebrazione liturgica in lingua russa. Ma ciò che è successo a San Pandeleimonos è anche il destino di tanti altri monasteri. Il Monte Athos è da sempre stato la culla della religione ortodossa e luogo sacro per tutti i fedeli della chiesa d’oriente. Rumeni, serbi, bulgari e appunto russi si sono sempre adoperati per costruire e mantenere i loro monasteri ad Agion Oros, convivendo con la comunità monastica greca che pur deteneva la maggioranza e si sentiva a casa propria. Ma l’internazionalismo ortodosso avrebbe subito nel XX sec. un deciso cambio di tendenza, colpa anche delle politiche dei rispettivi stati. Si tornò a parlare di chiesa nazionalista ed Agion Oros subì un processo radicale di ellenizzazione che mano a mano ridusse la presenza di monaci non greci. Il capolinea del ferry boat è Dafni: 4 case, un autobus, qualche taxi, un bar, un ristorante, la posta, un negozio di souvenir e la stazione di polizia. Il tempo per un pasto frugale a base di feta e spinaci e subito a bordo di un altro battello che completa la navigazione della costa ovest. Poco dopo si profila in alto, appoggiata su uno sperone di roccia,  la sagoma di Simonos Petras, indubbiamente l’insediamento più aereo di tutto l’Athos. Non sembra azzardato  il paragone con Tabo, il monastero tibetano nella valle di Spiti, anch’esso dominante dal culmine di una precipite roccia. Prendiamo terra finalmente sotto le mura di cinta di Grigoriou, il monastero fondato appunto da Grigoriou che è tutt’ora considerato come uno dei principali rappresentanti dell’esicasmo, pratica di orazione mentale già in auge nel XIV sec. e molto vicina ai metodi ascetici orientali. La sua origine nasce dal pensiero che l’umana comprensione non può arrivare a Dio e solo trasferire la preghiera dall’intelletto al cuore permette di collegarsi con i misteri divini. L’orazione è incessante per tutta la giornata, ripetuta in silenzio come un mantra e va accompagnata con cadenze ritmiche del respiro sincronizzato con la preghiera. A quel punto è il battito cardiaco che arricchisce l’orchestra come a creare un’armonia celeste in cui la ragione cessa di esistere. L’esicasmo rappresenta proprio l’essenza del monte Athos: il silenzio, la solitudine, l’austerità, il rigore, la vita devota e pura. Concetti così vicini alle pratiche mistiche dell’estremo oriente che rendono gli athoniti una sorta di yogi bizantini. Più vicini a Milarepa che a San Francesco. Numerose leggende narrano tutt’ora di monaci che levitano o che sciolgono le nevi con l’ardore della preghiera come certi mistici tibetani. Per noi, invece, il ritmo è dettato dalla sequenza dei nostri passi che, dopo la visita, lasciano Grigoriou per dirigersi verso il monastero di Dionisiou. È solo poco più di un’ora di cammino ma i pesanti zaini e le erte piagge ci proiettano da subito in un silenzio quasi esicastico. Come i pellegrini fanno da millenni percorriamo boschi e ripidi pendii montani fino a che i contrafforti di Dionisiou fanno capolino tra le cime degli alberi. È un’emozione indicibile. Saliamo la rampa che ci introduce nel chiostro centrale dove si affacciano celle, refettori e cappelle. Come tradizione, ai viandanti affaticati, vengono offerti ristori dall’Archondaris, il padre addetto alla foresteria. Si tratta di acqua fresca, a volte caffè turco, un bicchierino di un distillato all’anice e dei dolcissimi cubetti a base di miele addensato al sapore di petali di rosa meglio conosciuti come loukoumi. L’Archondaris ci accompagna nella nostra camera fornita di biancheria e asciugamani, la cui finestra si affaccia sulle scogliere a picco sul mare. Ci è consentito partecipare alla liturgia vespertina seduti nel coro di legno in un’atmosfera mistica ma oscura dove i profondi canti la fanno da padrone. I monaci e i fedeli baciano continuamente le icone, rappresentazione visibile in terra del mistero divino. Gli iconografi, così sono chiamati i pittori di icone, non sono come i nostri artisti occidentali, maestri che lavoravano su commissione, ma monaci in odore di santità. Come nella preghiera del cuore anche la rappresentazione del divino passa attraverso la spersonalizzazione dell’artista, quasi come un’ispirazione pura in cui la mano del pittore non usa solo la sapienza tecnica ma è guidata dall’afflato mistico. Dopo la funzione ci attende il pasto serale nel magnifico refettorio. In periodi di quaresima, come quello in cui siamo capitati noi, il menù, pur sempre vegetariano, è ancora più povero e frugale, con ingredienti esclusivamente coltivati nell’orto del monastero. Per i monaci ortodossi il pasto è la naturale prosecuzione liturgica. Non a caso sull’Athos tutti i refettori hanno la stessa grande magnificenza delle cappelle e sono puntualmente affrescati con immagini sacre

Durante il desco, nell’assoluto silenzio, risuona solo la voce di un monaco che legge le letture sacre, la cui fine sancisce l’uscita dal refettorio. È sera e nell’essenziale e mistica atmosfera di Dionisiou incontriamo Padre Kalinikos, da ormai 40 anni residente qui. I suoi occhi e le sue movenze sono così dolci e misurati che non riesce a nascondere la sua grande conquista interiore. Grazie a Platone e alle sue traduzioni conosciamo un cuore pieno d’amore e di preghiera. Al mattino, al nostro congedo, in segno di umiltà e fratellanza ci bacia le mani; gesto che compenserà l’astio di altri suoi confratelli nei confronti di noi cattolici. La giornata è limpida e fresca, ideale per la sgambata che ci attende. Dopo un’ora di cammino a mezza costa raggiungiamo il monastero di Aghio Pavlou fedelmente ricostruito dopo la totale distruzione dei turchi del 1821 che punirono così l’adesione dei monaci alla lotta di liberazione greca. La cinta muraria si affaccia sul limpido mare sottostante ed ha come cornice gli innevati contrafforti della cima dell’Athos. Il sentiero sale e la fatica si fa sentire. Raggiungiamo un complesso di edifici non fortificati e per questo chiamato skita. Politicamente le skite sono l’equivalente delle frazioni di un comune mentre i monasteri ne sono i capoluoghi. L’intero Monte Santo è diviso in 20 unità territoriali corrispondenti ai 20 principali monasteri. In ogni area ci sono appunto le skite e altre piccolissime comunità di monaci e eremiti. Ogni monastero ha il suo rappresentante, eletto annualmente, che fa parte di un sinodo, di cui è membro anche un governatore dello stato greco, che esercita il potere esecutivo per tutto l’Athos. La skita di Aghia Annis, dove noi sostiamo per il pranzo, è una delle più grandi ed è particolarmente famosa per la sua vocazione pittorica di icone. Mentre pasteggiamo seduti su un muretto, dei carpentieri albanesi, sotto la supervisione di un monaco, stanno caricando i detriti su gerle poste a dorso di cavallo. Lo fanno nell’unico spiazzo possibile che altro non è che un eliporto. L’immagine di un trasporto così arcaico quale il cavallo a fronte di un terminale così tecnologico ci fa sorridere. Superata Aghia Annis la salita procede aspra e senza tregua fino ad arrivare a circa 900 metri di altezza. Oltrepassiamo il culmine da cui diparte l’unico sentiero per la cima dell’Athos (escursione faticosa da affrontare con perizia e attrezzatura idonea ma che regala emozioni straordinarie) e ridiscendiamo verso la skita di Kerasia. Non abbiamo prenotato il pernotto e temiamo il diniego ma confidiamo nella compassione verso il pellegrino affaticato. Lungo il percorso che aggira le nevi del Monte Athos incontriamo un monaco boscaiolo a dorso di mulo. Una volta per i monaci era strettamente proibito salire in sella ad animali ma quando, nel X sec., il santo Atanasio, fondò il primo monastero della penisola dell’Athos (Megisti Lavra) e scrisse su pergamena lo statuto che avrebbe regolato la comunità religiosa, abolì per ovvii motivi, tale diniego. Kerasia è un piccolo nido d’aquila arroccato sopra una gola a V, da cui in lontananza fa capolino l’azzurro del mare. Architettonicamente, come gran parte delle skite, Kerasia non ha certo i fasti e la monumentalità dei principali monasteri, ma la sua amenità e la sua falegnameria ne fanno uno dei più bei luoghi da noi visitati. Padre Kristoforos ci accoglie con il sorriso, dote non particolarmente diffusa in Agion Oros, e ci regala la possibilità di pernottare in una vecchia camera di legno scricchiolante che si affaccia sulle rocce strapiombanti. Una vecchia stufa di ghisa al centro della camera e i giacigli di legno senza materassi ne completano il fascino. Nella falegnameria, ancora con sistemi antichi, si costruiscono arredi sacri secondo i vecchi archetipi bizantini. Particolarmente affascinante la parte decorativa degli intarsi. L’indomani, dopo un sonno rigenerante e una necessaria colazione preparata con i nostri fornelli da viaggio, decidiamo di raggiungere la sommità di un’affilata cresta rocciosa che si erge sopra la profonda gola di Kerasia. Scorgiamo, dalla skita in cui ci troviamo, una croce proprio sulla vetta che sembra particolarmente aerea e strategica per una grande visuale dall’alto. Nascondiamo gli zaini tra il fogliame del bosco per permetterci una più agile ascesa sul ripido pendio della montagna e dopo poco più di un’ora siamo in cima. Ci accoglie una piccola chiesetta dedicata al profeta Elia e soprattutto un’indimenticabile vista sui contrafforti del monte Athos e sulla tavola marina che da qui, a più di mille metri d’altezza, risplende lontana decorata dalle ombre maculate delle nuvole. Riprendiamo il cammino costeggiando l’unghia della penisola del Monte Santo che ci porterà nel versante est del dito calcidico. Tra la lussureggiante vegetazione si snodano i chilometrici sentieri che solo la certosina pazienza secolare dei monaci ha lastricato di pietre incassate a mano sul terreno. È come camminare sulla storia, ma una storia che ancora riconosce l’importanza di questi camminamenti solcati per di più da bestie da soma, pellegrini e monaci. E per quanto le carreggiabili sono l’ennesima modernità che Agion Oros si concede, le mulattiere dei boschi sono ancora curate come strade di grande comunicazione. Giungiamo alfine al grande monastero di Megisti Lavra, il più antico dell’intero Monte Athos. Fu costruito nel 936 da Sant’Atanasio che così costituì il primo cenobio della penisola anche se la vocazione spirituale del Monte Santo si era già manifestata da tempo con la presenza di eremiti e mistici che avevano insediato il territorio. La leggenda vuole che al momento della costruzione della cappella che doveva essere dedicata ai santi medici persiani Cosma e Damiano si utilizzarono pietre di templi pagani. Pietre indemoniate che puntualmente crollavano al momento della messa in opera. Solo la straordinaria fede di Sant’Atanasio rese sterile il disegno del maligno e in una notte, da solo, eresse la cappella. In vero, però, forse fu lo stesso demonio che si vendicò del santo facendolo cadere fatalmente, qualche anno più tardi, da un’impalcatura. Oggi la sacra reliquia del corpo di Sant’Atanasio è ancora conservata nella cappella principale e diffusa è ancora la credenza popolare che i malfattori e i latini ad essa non si possono avvicinare senza subirne conseguenze fisiche devastanti. Non volendo confutarne il mistero noi latini e cattolici ci teniamo a debita distanza dalla reliquia. Dopo la notte passata a Megisti Lavra approfittiamo di un servizio navetta avente orari monastici e alle 6 e 30 di mattina raggiungiamo il monastero di Iviron. Fu il primo cenobio non greco fondato sull’Athos alla fine del X sec. dal monaco georgiano Giovanni detto l’iberico. Iviron, al di là della sua straordinaria bellezza architettonica, è conosciuto soprattutto per la sua ricca biblioteca, considerata una delle più vaste dell’intero territorio balcanico. Ma anche questa visita ci è preclusa. Qui vige la regola della vita idioritmica, come in altri pochi monasteri di Agion Oros: i monaci, a parte le funzioni liturgiche e i doveri inerenti alla sfera spirituale, seguono per proprio conto un orario giornaliero indipendente dalla comunità. Devono provvedere a sé stessi per quanto riguarda cibo e vestiario. Una sorta di liberalismo ortodosso dove chi è più ricco può garantirsi anche un appartamento privato e addirittura, pratica ormai in disuso, i servizi domestici dei monaci più poveri. Lasciamo Iviron a piedi per risalire le pendici collinari oltre le quali c’è il battello che ci attende per tornare alla società civile. Il sentiero sale tra cascate e rii d’acqua dolce di cui è particolarmente ricca l’intera area e tra quei vigneti esposti al sole che ancora oggi sono la principale fonte di sostentamento dei monasteri. Il vino di Agion Oros è esportato in tutto il mondo. Le gambe si sono ormai abituate al peso dello zaino e speditamente raggiungiamo Koutloumousiou, monastero recentemente restaurato dove campeggia un enorme talanton. Il talanton è un asse di legno molto simile al giogo dei buoi da traino su cui un monaco addetto batte ritmicamente delle mazze per richiamare la confraternita alla funzione religiosa. Il suono secco e acuto riecheggia nei chiostri monasteriali diffondendo ovunque la solennità del momento. A poca distanza da Koutloumousiou c’è Karyes, il capoluogo della penisola dell’Athos. Qui si raduna il sinodo dei 20 monasteri in un palazzo che ospita il centro amministrativo e il cosiddetto parlamento e su cui campeggiano la bandiera greca e quella di Agion Oros, rappresentata da un’aquila nera a due teste su fondo giallo. Karyes è l’unica località che si presenta sotto forma di paese civile con alcuni negozi di oggetti sacri e souvenirs, panetterie, pasticcerie, enoteche e locande. Un autobus ci riporta all’imbarco. Seduti sul ponte della nave, sulla via del ritorno, nessuno se la sente di proferir parola mentre la maestosa sagoma dell’Athos si allontana. È stato un privilegio per tutti noi entrare in questo giardino dello spirito e credo che la preghiera del cuore, forse, riuscirà a dare altro senso alle nostre solite battaglie quotidiane.

COSA FARE PER ENTRARE NEL MONTE ATHOS

La prima cosa da fare è prenotare l’autorizzazione all’accesso almeno due mesi prima, visto che tra pellegrini, fedeli ortodossi, studiosi e monaci non sono permessi più di 120 ingressi giornalieri. Lo si può fare via telefono o fax presso l’Ufficio Visitatori del Monte Athos di Salonicco (00300310833733). Occorre segnalare i propri dati anagrafici e il giorno previsto di ingresso. L’ufficio provvederà nel giro di poco tempo ad inviare conferma della prenotazione. Siccome l’accesso ad Agion Oros è consentito solo via mare con un battello che parte da Ouranopolis è anche consigliabile, almeno una settimana prima, prenotare telefonicamente il posto allo 00302377071421. Ogni giorno ci sono tre partenze: alle 8 e 30 e alle 10 e 15 con la motonave veloce e alle 9 e 45 con il ferry boat. Prima di partire con il battello bisogna espletare le formalità burocratiche acquisendo il visto d’ingresso presso l’ufficio preposto di Ouranopolis che ha già a disposizione l’elenco dei prenotati. Il visto personale costa 30 euro e dà diritto a 4 giorni e 3 notti di soggiorno nel monte Athos. Una volta entrati saranno le comunità monastiche a garantire vitto e alloggio gratuiti presso i refettori e le foresterie dei monasteri a patto che si rispettino alcune regole basilari: a) la prenotazione telefonica almeno una settimana prima; b) l’arrivo al monastero entro due ore prima del tramonto; c) l’adeguamento agli orari dei pasti (mattutino e vespertino); d) l’atteggiamento di rispetto nei confronti della sacralità dei luoghi (abbigliamento consono, divieto di fotografia agli interni a meno di un permesso speciale, divieto assoluto di riprese video, divieto di fumare all’interno dei monasteri, rispetto del silenzio e degli orari monastici). Per gli ortodossi del Monte Santo non esistono turisti ma solo fedeli e pellegrini.

 

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