Villa d’Aria (9 settembre)

Secondo la mitologia indù le Dakinì sono spiriti femminili che giocano a causare tormenti. Penso che esse si siano divertite con me nei giorni che precedono la partenza. A Villa d’Aria il bagaglio collettivo è quasi pronto ed anche la mente è ormai sul piede di partenza. L’illusione che ci si possa accostare alla verità con un viaggio l’abbiamo perduta da tempo. Ma un viaggio come questo può lasciare il segno. Per quattro religioni il pellegrinaggio del Kailash e del Manosarovar può condurre ad un rinnovamento di vita.

Macerata (15 settembre)

E’ il giorno della partenza. Tra una cosa e l’altra s’è fatta l’ora di pranzo. Quale occasione migliore per un’ultima bistecca alla Baita della cara Prassede che ci dà il buon viaggio con due chili di tagliatelle fatte a mano e due barattoli di asparagi.

Kathmandu (16 settembre)

Kathmandu ci accoglie con le prime luci della sera con due ore di ritardo sul previsto. L’aeroporto è stato rinnovato ma la confusione è quella di sempre. Si contratta ed un ragazzino, certamente il capo della combriccola, decide che un pullmino bianco ci condurrà in albergo  per 10 dollari. Ormai siamo su una giostra o, per meglio dire, dentro un frullatore. Mr. Chang e la guida Sherpa Mimà ci attendono all’hotel Manang con la bianca sciarpa di buon auspicio (kadak). Dopo mezz’ora siamo già tra i vicoli di Thamel che odorano di muffa e di urina. Io, Rosa, Pino e Giorgio andiamo in rikshaw fino a Durbar Square incuranti dei posti di blocco e del coprifuoco. Ci si vede poco perché non c’è illuminazione nelle strade e le sagome delle pagode in legno intarsiato hanno un che di sinistro. Militari in assetto di guerra presidiano le strade. Tentiamo di cogliere in quei pochi attimi la magia del vecchio oriente ma anche qui le cose sono cambiate. Me ne accorgo la mattina successiva a spasso per Thamel: negozi traboccanti di materiali sportivi e spacci dove puoi trovare dal salmone affumicato ai vini francesi. Anche questa è la globalizzazione. Pare che nella città vecchia, oggi completamente abbandonata, ci siano in cantiere grandi progetti di sviluppo edilizio.

Kathmandu (17 settembre)

A mezzogiorno partiamo con un pullmino in direzione della frontiera di Kodari. Al bivio con la Kumbu Valley, che conduce al campo base dell’Everest, prendiamo la direzione nord-est per il confine cinese. La vallata è un arabesco straordinario di destini, un caos di uomini, animali, campi coltivati e mezzi di trasporto.

Questo è il Nepal della tradizione che si oppone alla monarchia  corrotta di un re che è andato al potere dopo aver fatto assassinare tutti gli altri membri della famiglia reale. La strada procede costeggiando un fiume che più a valle confluisce nel Sun Kosi dando vita ad un corso d’acqua ancora più imponente.

Man mano che si risale verso nord e che ci si avvicina alla catena dell’Himalaya il fiume perde maestosità sino ad acquisire l’impeto selvaggio del  torrente originato dai ghiacciai perenni.

Le radici di un gigantesco rododendro ci ospitano per il primo pranzo al sacco del viaggio. A tratti la strada è stata cancellata dall’acqua e siamo costretti a procedere a piedi. “Ripercorrevo le strade che da secoli uniscono l’India al Tibet, per le quali passarono mercanti ed apostoli, cercatori di ricchezze e cercatori di vero – scriveva Tucci 70 anni fa - e quasi dappertutto trovavo il ricordo dei missionari pieni di ardore che la parola del Buddha dell’India portarono nel Paese delle nevi”. Procediamo lentamente sotto una pioggia battente incrociando nel buio camion rombanti e colorati ai quali cediamo il passo. Siamo a Kodari, frontiera cino-nepalese. L’ultimo tratto sino al paese lo facciamo a piedi. Troviamo posto nell’unico lodge dove trascorreremo la notte. Varcheremo la frontiera domattina. Non chiudo occhio. Il sordo rumore dell’acqua, la vicina frontiera, il Tibet, la stanchezza del viaggio: troppe cose tutte d’una volta!

Da Kodari a Zanghmu (18 settembre)

The verde e dolcetti stantii per colazione e si riparte subito per il Ponte dell’amicizia. Alle prime luci del giorno i camion incominciamo a sputare un fumo denso anche se prima delle dieci la frontiera non apre. La dogana cinese non è una pura formalità come quella nepalese. Ci misurano pure la temperatura corporea per via della SARS. Rimaniamo in attesa circa tre ore sul Ponte dell’amicizia sotto una pioggerellina insistente. Vecchi e ragazzi, uomini e donne, per lo più scalzi, sudati, con fasce di iuta sottobraccio che servono per assicurare i carichi alla testa. Alla frontiera ci  prende in consegna Tziri, la nostra guida tibetana, con altri quattro sherpa, un camion telonato e due Toyota. L’albergo dove trascorreremo la nostra prima notte tibetana si chiama hotel dell’Amicizia ed è a 7-8 chilometri oltre la frontiera. La strada si snoda in continui tornanti parzialmente franati e squadre di operai sono al lavoro per rimuovere i detriti. Zanghmu è un budello di baracche umide che si snodano ai lati della camionabile e che fungono in larga parte da deposito merci. I tibetani si riconoscono dai ricchi ornamenti: collane ed orecchini di turchese e corallo, capelli raccolti in cordoni di lana colorata e monete d’argento. Tutt’intorno spaccature nella roccia, cumuli di detriti morenici, cascate d’acqua che si disperdono nell’aria nebulizzandosi. Tutto è maestoso, primordiale, sovrumano.

Da Zanghmu a Peigutso (19 settembre)

Lasciamo l’hotel dell’Amicizia e partiamo finalmente con due Toyota bianche. Le tende e tutto il resto viaggiano sul camion. La strada sale lentamente scoprendo dopo ogni curva scenari da vertigine. Prima sosta in prossimità di un orrido dentro il quale precipita una massa d’acqua scatenata. Verso il cielo un pinnacolo bianco si perde tra le nuvole. I tibetani lo chiamano Gosainthan, per noi è lo Shishapangma, 8013 metri di altitudine, e nostro primo  incontro con un gigante dell’Himalaya. Penso alle carovane di oltre cento portatori ed al loro incedere lento lungo quelle balze. Siamo già sui 4.000 metri ma l’altitudine non sembra creare problemi: illusione, è solo questione di tempo. Brevi soste ai chorten (piccoli tempi) che segnano i passi. Un tripudio di bandiere, di cumuli di rocce incise di preghiere (mani) e di raffiche di vento che stordiscono. Dopo alcune ore, giù in basso, terrazzamenti coltivati ad orzo ed avena digradano verso il centro della valle dove, tra ghiaie e sfasciumi basaltici, si snodano le anse di un nastro d’argento. Siamo nella valle ove si ritirò in preghiera il Santo Milarepa che nel XII secolo scriveva: “dalle mie labbra esce una canzone breve poiché tutta la Natura a cui io guardo è il mio libro”. Entriamo nel tempio, evidentemente ricostruito, ma la suggestione per la visione della grotta del santo è ancora forte. Ci prostriamo insieme agli altri pellegrini. Attorno al tempietto che racchiude la grotta del santo poche case di pietra con tetti di cotica erbosa secca e sterco, adornati con numerose corna di yak. Gli stipiti delle porte sono addobbati da doppie file di corna.

Rinchiusi dentro cortili di muri a secco ringhiano rabbiosi i famosi molossi tibetani. Al passo successivo, circa due ore dopo, ci accorgiamo che nella concitazione della sosta alla grotta santa qualcuno di noi ha dimenticato il prezioso cavalletto fotografico di Giorgio. Una macchina torna in dietro per cercare di recuperarlo.

A sera siamo al campo di Pu Ju in prossimità di un grande lago dal quale ha origine il nome del luogo. Questo luogo è il paradiso dei sogni terreni. E noi siamo qui. Mentre i nostri accompagnatori montano la tenda-cucina inseguo le ultime luci del giorno e raggiungo un gruppo di contadini ricurvi nel taglio del falasco, che poi stringono in mazzi ed utilizzano per farne coperture per le abitazioni. Facce cotte dal sole, sguardi carichi di luminosa rassegnazione. Un vecchio seduto in terra sta affilando la lama di una falce e ci saluta con un sorriso del tutto privo di denti. Prima che scenda la notte mi perdo con lo sguardo lungo i crinali innevati delle montagne che ci sovrastano. Che meraviglia sarebbe potersi inoltrare nei passi che attraversano i pendii rocciosi e che nei secoli hanno conosciuto il transito di carovane, eserciti, mandrie e pellegrini.  Si fa notte. Il campo è circondato dalle mandrie di yak.  Sofia e Maurizio si perdono sulla strada del ritorno da una passeggiata verso il lago.  Fa freddo e piove, tutti si preoccupano ed iniziano le ricerche. I più in ansia sono Tziri e Giorgio. Ho qualche linea di febbre, mi chiudo nel sacco a pelo e tento inutilmente di dormire dopo aver ingoiato un paio di aspirine.

Da Peigutso a Saga (20 settembre)

Verso le 8,30 lascio la tenda e col binocolo tento senza successo di localizzare i dispersi.  Dopo circa un’ora rinuncio e torno al campo. Piove e fa freddo. Non è uno scherzo trascorrere una notte all’addiaccio a queste altitudini. Gli spazi sono talmente vasti che si fatica a mettere a fuoco un punto preciso e le distanze sono ingannevoli. Ci vuole tempo perché l’occhio si adegui a questa immensità e nel frattempo ti senti schiacciato da tanta vastità. Finalmente ecco di ritorno Maurizio. Ci racconta che erano andati con Sofia verso il lago, poi sulla strada del ritorno, incrociando la pista l’hanno imboccata ma nella direzione opposta a quella dovuta. Più tardi recuperiamo Sofia. Hanno trascorso la notte in una tenda di nomadi e, non volendo, hanno vissuto un’esperienza unica. Verso le 13,00 ci mettiamo in movimento lasciando alle nostre spalle le acque color ardesia del lago. Lungo spostamento fino a Saga, orribile cittadina cinesizzata, dove ci appoggiamo in una guesthouse. Molto meglio l’accampamento ma per stanotte anche un tetto non è da disprezzare.

Da Saga a Paryang (21 settembre)

Sempre più difficile chiudere occhio durante la notte. Saga poi è la città dei cani e sono loro gli indiscussi padroni delle tenebre. Arriviamo nel tardo pomeriggio completamente storditi dal lungo spostamento in fuoristrada. La polvere si insinua dappertutto. Non esistono strade  ma solo piste che tagliano l’immenso altopiano tibetano. Si rischia continuamente di rimanere impantanati. Ci attende un altro lungo spostamento, 10 ore circa sino a Paryang. L’occhio si perde davanti ad un deserto di dune modellate dal vento alternato a pendii basaltici. All’orizzonte corolle di gemme perenni come bianchi denti di squalo. Due puntini in lontananza si materializzano in due pastorelle racchiuse nei loro pesanti cappotti colorati. I volti velati lanciano sguardi timorosi e fuggenti.Lo spazio di un attimo sospeso e poi tornano nel nulla dal quale sono venute.    

Paryang (22 settembre)

Un giorno intero di sosta allo Yak Hotel per riprendere un po’ di forze. Tutt’intorno case di terra, ossa di animali, cumuli di rifiuti e bambini sorridenti. C’è un sole che taglia l’aria tersa mentre l’altitudine comprime il torace e fa ansimare. Simone si avventura in una passeggiata con l’obiettivo di toccare la prima neve. Pino, vecchio viaggiatore, sembra quello messo peggio col mal di testa. Ci sediamo all’aperto per scrivere o leggere qualcosa. Giorgio è in perlustrazione, Rosa Maria è ora socievole ora inavvicinabile. Mi racconta la favola del saggio e del re che voleva essere più saggio di lui. Epilogo: il saggio tiene fede alla sua virtù chiedendo al re, dopo mille tentativi, di compiere ancora un piccolo passo per raggiungere la saggezza. Ormai siamo in confidenza con le nostre guide Tziri, Mimà, Tashi Lama.

Da Paryang a Gompa Chiu (23 settembre)

Siamo costretti ad un giorno di sosta per le nostre pessime condizioni fisiche.  Notte tremenda a causa dei disturbi dall’altitudine.Temendo il peggio ci informiamo sulle possibilità di un rientro rapido. Niente da fare, si torna per la stessa strada e con gli stessi mezzi. Quindi nessuna assistenza medica fino a Zanghmu cioè ad una settimana da qui.  Il viaggio rischia di trasformarsi in una penosa esperienza. Era una eventualità ma mettere mano alla bombola d’ossigeno è diverso. Conviene, in ogni caso, aspettare perché non si può andare in fuoristrada quando si sta così male. Poi, con le prime luci del giorno, la situazione sembra un po’ migliorare. Decidiamo di partire. Ci attende un tragitto di oltre sette ore. Arriviamo al Gompa Chiu nel pomeriggio inoltrato completamente sfatti per i continui sobbalzi ed avvolti nella polvere. Una luce trasparente, come fosse lavata da poco, fa da sfondo alle ombre lunghe di un tramonto rosato. Saliamo fino al Gompa dove si raccolgono i pellegrini attorno a chorten avvolti da matasse di bandierine colorate frustate dal vento.

Da Paryang a Gompa Chiu (24 settembre)

Il lodge nel quale passeremo la notte è sito a poca distanza dal Gompa. Il padrone è un vecchio tibetano dal viso cotto dal sole. Trattiamo con lui il prezzo del pernottamento. Indossa due scarpe di foggia diversa l’una dall’altra ed un paio di occhiali con lenti che sembrano fondi di bottiglia. Non si ferma un solo attimo borbottando di continuo preghiere e disposizioni alla servitù. Tziri evidentemente lo conosce e si rivolge a lui chiamandolo “polà” (nonno).  Da quel giorno anch’io per Tziri sono diventato “polà” del gruppo.  L’interno della guest house è estremamente confortevole. Cena al lume di lampade al burro di yak con alcuni viandanti. Un tempietto prossimo ai nostri letti dal quale provengono tenui bagliori di lampade votive ci è di grande conforto. La mattina assistiamo ai preparativi del the emulsionato con burro rancido di yak. La vista che si dispiega dal gompa è indimenticabile: la totale visione del lago e la massa argentea del Kailash alle sue spalle. In direzione ovest serpeggia la sagoma del Ganga Chiu, il canale di connessione fra il Raksas Tal e il Manosarovar. Secondo un’antica leggenda il giorno in cui il canale si riempirà d’acqua mettendo a contatto i due laghi saremmo in presenza di una evento cosmico dalle conseguenze catastrofiche.  

Da Gompa Chiu a Langpona  (25 settembre)

La mattina ci svegliamo con la vista del Kailash illuminato dal sole! Il Kan Rimpochè, la “gemma delle nevi ghiacciate” nella traduzione di Tucci. Così lo descrive nel 1716 padre Ippolito Desideri: “V’è quivi fuori di strada un monte sterminatamente alto, molto largo di circuito, nella sommità ricoperto dalle nuvole e da perpetue nevi e ghiacci, e nel resto molto orrido e rigido per l’acerbissimo freddo, che in esso fa”. Tucci racconta di “polle d’acqua sulfurea che zampillano gorgogliando e fumando da un infernale frastagliamento di rocce”. Oggi le sorgenti sono diventate una stazione termale. Quale migliore occasione per un bagno tonificante! Alle 10,30 partiamo per il giro (la Kora) del Manosarovar. Il cielo è coperto, è freddo e sta nevicando. Impiegheremo 3 giorni a compiere il giro completo del lago. Incontriamo una famigliola di pellegrini ed assistiamo per la prima volta alla cerimonia della prostrazione. Chorten e piccole grotte scavate nei contrafforti del pendio che degradano a picco verso il lago sacro narrano una storia di devozione e di ritiri mistici. Pellegrini di religione buddista, induista, jainista e bon fanno di questi luoghi da oltre duemila anni la meta della loro devozione. Ogni tanto ne incontriamo qualcuno che sta facendo il giro del lago prostrandosi in terra e recitando mantra: impiegherà circa 28 giorni per un giro completo. Il tempo è decisamente migliorato. Un forte vento spazza la superficie del lago sacro provocando un susseguirsi interminabile di bianche bave schiumose. Il sole verso il tramonto si specchia sulla superficie dell’acqua che riflette il turchese del cielo. Non è difficile capire perché questi luoghi siano stati eletti a dimora degli dei. Sullo sfondo il Gurla Mandata col suo perenne cappello bianco sembra una manta che emerge dal lago protendendosi verso un cielo di cobalto. Ombre lunghe si stagliano al nostro passaggio.  Giungiamo a Langpona attorno alle 17,30.

Da Langpona a Seralung Gompa (26 settembre)

Leggo dal diario di Tucci: “Nelle prime ore del pomeriggio siamo giunti al monastero di Langpona (orecchie di bue); io il capitano Ghersi e Nandaram. Il convento non è proprio sul Manasasarovar ma costruito a ridosso di una elevazione di terreno che dolcemente degrada sopra un vasto pianoro erboso in mezzo al quale scorre lento e s’allarga in mille rigagnoli il fiume Ghiamo ciù. I pascoli ubertosi richiamano gente; neppure un villaggio ma mobili accampamenti di nomadi e gruppi di tende; grosse tende di lana scura o di pelle di yak con una larga apertura nel centro perché ne esca il fumo che dentro acceca. Intorno nereggiano le mandrie sonnolente degli yak o si disperdono le greggi: la sola ricchezza di questi pastori”. Nulla è cambiato da allora. Anche il monastero che appariva a Tucci rifatto da poco e non conteneva nulla di notevole probabilmente è stato restaurato da non molto, come si capisce dalla vivezza dei colori delle pitture. Dal monastero la vista spazia verso l’infinito: da un lato il “solito” Gurla Mandata avvolto da uno scintillio abbacinante, sulla destra rispetto al gompa si staglia isolato ed imponente il Kailash (il Linga di Shiva). Ancora dal diario di Tucci: “Su tanta rovina ed oltre l’incerto fluire delle vicende umane il Kailasa, eterno simbolo di dio, vigila con l’incontaminata lucentezza dei suoi ghiacci.” Giungiamo a Seralung a metà pomeriggio in tempo per goderci un tramonto dai colori irreali tanta è la lucentezza dell’aria. Ci accampiamo su di un vasto pianoro erboso costellato di licheni dal colore rosso carminio.

Da Seralung Gompa a Yerno Gompa e Trugo Gompa (27 settembre)

L’atmosfera che regna nel gruppo non è delle migliori. Al bollettino giornaliero dei malanni si aggiungono dissapori circa i compiti da assolvere durante il percorso. Le riprese con una sola videocamera costano molta fatica perché richiedono differenti punti di osservazione e, quindi, continui spostamenti, attrezzatura a portata di mano e non consentono soste a piacimento. Giorgio si sfoga senza mezze parole. Ognuno di noi, in effetti, è prigioniero del “proprio” viaggio mentale, della propria brama, direbbero gli antichi testi buddisti dai quali attingo questo passo: “Durante questo lungo viaggio in cui voi errate a caso di rinascita in rinascita e gemete e piangete, avendo in sorte ciò che odiate e non ciò che amate, sono state da voi versate più lagrime di quant’è l’acqua dei quattro oceani”.  Annoto nel mio diario la seguente domanda: “Ma è poi così a portata di mano quel “viaggio interiore” che vorremmo compagno di quello fisico?”.  Nel frattempo intorno a noi si continua a celebrare come da secoli il rito del pellegrinaggio e noi ne siamo testimoni fin anche troppo distratti. Sempre dal diario di  Tucci: “Seralung, 13 luglio 1935.  Le tende dei pastori si fanno più frequenti. Una vera folla che ha per ricovero la tenda e per compagnia le bestie: e si muove e si sposta secondo le vicende delle stagioni e l’abbondanza dei pascoli. Gente maschia, dall’aspetto incolto, ma di natura dolce e serena; vestono lunghe casacche di lana grezza, di colore rosso scuro. Le donne portano grandi ornamenti al collo e braccialetti fatti con conchiglie marine. I capelli sono annodati in numerose treccioline e ad essi vengono appese lunghe strisce di lana sulle quali scintillano monete indiane e cinesi, conchiglie e pezzi di turchese, coralli e piastre e borchie d’argento”. Noi li osserviamo con un certo rispettoso distacco, tanta è la distanza che ci separa da loro. Ci scambiamo sguardi e documentiamo la loro condizione, che riscontriamo pressoché identica a quella descritta da Tucci, attenti a non invaderne gli spazi. Seralung letteralmente vuol dire la valle delle rose. La rosa selvatica cresce nel Tibet anche a grandi altitudini. Sarà, ma di rose a me pare di non averne incontrata neppure una. E chissà quante altre cose hanno perso i miei occhi distratti!

Trugo Gompa (28 settembre)

Pernottamento in guest house. Si annuncia ancora una giornata di bel tempo. A colazione solito via vai di bricchi, tazze e cartocci vari. Mi balena l’idea di leggere a voce alta cosa scrive da Trugò Tucci durante la sua spedizione.  È il 17 luglio del 1935 e poco dopo l’alba arrivano i briganti”.  È senza dubbio una delle pagine più straordinarie di Tibet ignoto. “I briganti, numericamente sovrastanti, vengono messi in fuga dal capitano Ghersi che pianta il cavalletto della macchina cinematografica, prende la mira, aggiusta l’apparecchio e comincia a girare la mnovella. Il terrore invade la colonna brigantesca che si dà ad una fuga precipitosa ando di calcio ai cavalli. Li vediamo scomparire all’orizzonte in una nuvola di polvere”.  L’idea che quell’esilarante episodio sia accaduto proprio in questi posti ci trasmette un’emozione fortissima. Verso le 15,00, dopo alcune ore di cammino, durante il quale perdiamo la vista del lago, raggiungiamo faticosamente un punto sui 5.000 metri. La vista dà le vertigini anche a chi non ne soffre. Il Manosarovar quasi lambisce un altro lago altrettanto sacro e addirittura a lui preesistente secondo il mito, il Raksas Tal lasciando libera una sottile lingua di arido altopiano. Vuole un’antichissima leggenda risalente ai Veda che tutto cominciasse con i Sette riscì (uomini di vastissima conoscenza che attraverso la volontà riescono a raggiungere la consapevolezza) figli di Brahma, la figura della Trimurti che impersona la creazione  e con l’adempimento dei loro riti in onore di Shiva, mentre questa divinità meditava nella sua sede sulla vetta del monte Kailash. Fu allora che il grande “asura” (una sorta di orco buono) Ravana, che si preparava anche lui ad adorare Shiva, si tuffò nell’unico lago della zona (chiamato più tardi Raksas Tal) per l’immersione rituale. I saggi, molto turbati e poco propensi ad entrare nelle stesse acque, pregarono allora Brahma di concedere loro un altro bacino per compiere l’abluzione: il generoso dio della creazione concepì nella sua mente (manas) un altro lago (sarovar), facendolo apparire a poca distanza da quello usato dall’asura. Un vento gelido spazza le superfici dei due laghi. Mi manca letteralmente il fiato e sento la necessità di un riparo. Per fortuna, oltre il crinale giù in fondo la valle una nuvola di polvere preannuncia l’arrivo del camion telonato con le nostre guide. Tempo mezzora e crollo sfinito sopra i sacchi delle vettovaglie. 

Da Trugo a Gosul Gompa (29 settembre)

Costeggiamo ancora il Manasarovar spazzato dai forti venti che ne increspano la superficie turchese. Ci accampiamo per il pranzo vicino ad un gruppo di pellegrini intenti a preparare il the al burro rancido di yak. Con un mantice rudimentale un anziano soffia su un cumulo di sterco  ricavandone un fumo denso ed acre. Giungiamo in vista del gompa di Gosul nel pomeriggio. La costruzione è senz’altro una delle più suggestive sinora visitate. Il tempio si staglia a strapiombo sul lago e la salita, zaini in spalla, è di quelle che non lasciano scampo. Purtroppo non possiamo pernottare nel monastero ma la visita dischiude bellezze indimenticabili: terrazzini assolati per la meditazione, cunicoli scavati nella roccia, luoghi di preghiera che spaziano con lo sguardo su tutto l’altipiano. Un’oasi di serenità che domina una distesa di acqua turchese da un lato, e l’altipiano himalayano dall’altro. Su una scaffalatura zeppa di vecchi libri liturgici un topo di dimensioni elefantiache passeggia indisturbato.  

Da Gosul Gompa a Chiu Gompa (30 settembre)

Nel tempio di Gosul vive uno dei pochi monaci colti sinora incontrati. Gli altri monaci in cui ci siamo imbattuti nei monasteri sinora visitati sono uscieri o impiegati più che uomini di fede.

Già ai tempi di Tucci essi, sebbene fossero assai più numerosi di quanti ve ne siano oggi,  pretendevano danaro per la visita al tempio. L’onorario si è esteso alle riprese filmate e alle fotografie. Con il ritorno al Gompa Chiu si conclude la Kora del Manosarovar. Ma la nostra  Kora è stata ben differente da quella dei pellegrini incontrati lungo il percorso. Per noi si è trattato di un trekking abbastanza impegnativo in uno dei luoghi più suggestivi della terra. Per essi la ricerca di una liberazione dal proprio io presente e futuro. Questo è lo scopo che porta tanti pellegrini in luoghi considerati particolarmente sacri, in cui ci sono sempre delle acque naturali, come fiumi o laghi: essi credono che il sacrificio compiuto con il lungo cammino  e l’abluzione nelle acque possa accorciare il lungo iter dei vari io con il suo sempre rinnovato passaggio attraverso la vita e la morte. Nella guest house prossima al Gompa Chiu ritroviamo il nostro polà come sempre indaffarato e salmodiante mantra incomprensibili.

Da Chiu Gompa a Darchen (1 ottobre)

Durante la notte mi giungono ancora una volta, come durante l’andata, i lucori dei lumini provenienti da un altare votivo. Stavolta a rendere difficile il sonno è la stanchezza ma è bello sentirsi privi di tempo. Da una stufa che arde nel soggiorno provengono effluvi di un’erba aromatica che viene fatta bruciare insieme allo sterco per attenuarne i miasmi mefitici.  Mi sento come in sospensione tra cielo e terra. In mattinata robusta colazione e partenza alla volta della cittadina di Darchen dalla quale, nei prossimi giorni, tenteremo la salita al Dromla La. Il cammino ora si snoda a mezza costa ed in basso, dentro la gola, quello che stamattina era un torrente ora è un fiume maestoso. Tutt’intorno è uno sfasciume di pietre metallifere dai riflessi cangianti tra i quali predomina il verde e l’antracite. Resto a bocca aperta alla vista di un viandante che si è avventurato su quelle balze con... una bicicletta e tanto di portapacchi.    Darchen, brutta cittadina che pare non voler mai arrivare tanta è la stanchezza accumulata nelle gambe, è circondata da accampamenti di pellegrini. I più intraprendenti sono bambini dallo sguardo luminoso coperti di cenci. La guest house gestita dai cinesi è appena sopra la decenza. Per i bisogni, invece, si va all’aria aperta. Cani permettendo!

Darchen- Gyengtak Gompa- Darchen (2 ottobre)

Mi aggiro per il mercato di Darchen, tra utensili vari e paccottiglia per turisti sprovveduti. Un torrente divide in due il paese. Cammini su un tappeto di ossa, rifiuti e terra battuta. Il freddo pungente sega la faccia e l’aria è talmente tersa che sembra una lama sottile. Ci incontriamo con il nuovo gruppo di portatori e con una meravigliosa mandriana. A differenza della media delle donne tibetane è molto alta ed ha un sorriso avvolgente che sfodera di continuo. In giornata dura ascesa al monastero di Gengtak. Ritrovamento di piccole immagini sacre di terracotta (dette tsa-tsa) dentro un chorten. La prateria e piena di gigantesche marmotte. Cerchiamo una stamperia della quale i due monaci presenti non hanno mai sentito parlare.   Nella notte i grandi cani molossi sono i padroni indiscussi del viaggio.

Da Darchen a Damding Gompa (3 ottobre)

Ora si parte proprio per il Kailash. Il tragitto con gli yak e la mandriana. L’incontro con il grande palo dove ogni anno si tiene una grande festa buddista. La montagna sacra fa capolino con il suo triangolo di ghiaccio perenne. Ogni tanto ai nostri piedi un tappeto di pietre istoriate con sacre iscrizioni. Muretti di sassi incisi con il mantra OM MANI PADME OM. Ci accampiamo dentro una valle dalle pareti strapiombanti. Dopo aver risalito un cumulo di sedimenti morenici con Maurizio e Sofia raggiungiamo una cascata di ghiaccio. Alla guida della mandria di yak c’è una donna di straordinaria bellezza e simpatia. Mentre Sofia le mostra come si truccano le donne occidentali si lascia andare ad un sorriso scintillante.

Da Damding Gompa  a Dira Puk (4 ottobre)

Facciamo campo a 5.000 m. proprio davanti alla parete nord del Kailash. Mentre ci accampiamo un’aquila volteggia sopra le nostre teste. Oltrepassato il torrente visito con Simone il monastero arroccato sui contrafforti della parete opposta. Dentro una grotta c’è un misterioso Buddha dorato. Il monastero è in via di ristrutturazione. Ogni passo costa grandi fatiche. Il tempo è benevolo ma alle dieci di sera fa un freddo intenso. Il cielo è una cascata di stelle corrusche. Domani ci aspetta finalmente il mitico Dromla La. Ringrazio il genius loci: per me è già un grande dono poter essere arrivato sin qui.  

Da Dira Puk attraverso il passo Dromla La, poi campo nella valle  (5 ottobre)

Risveglio con la tenda coperta da una coltre di brina. Durante la notte la temperatura è scesa di parecchi gradi sotto lo zero. Ci incamminiamo con passo lento e regolare ai primi raggi di un sole freddo. Oltrepassiamo un luogo ove i pellegrini pongono in essere una morte simbolica abbandonando vestiti, copricapo ma anche protesi ed occhiali.  Gruppi di pellegrini ci superano mentre noi siamo costretti a frequenti soste per trovare il fiato. Poi, finalmente, passo dopo passo, raggiungiamo il Dromla La a 5.670 metri!   Ci abbracciamo in un tripudio di preghiere colorate. Mimà Sherpa depone la sua bianca sciarpa mentre noi piantiamo una targa in onore di Tucci.  L’aria brucia in gola. Il Kailash è lì di fronte e sembra venirti addosso. Poi iniziamo una discesa mozzafiato. Ci lasciamo alle spalle, nel  fondo di un catino di ghiaccio perenne, un laghetto di acque di fusione. Una gemma turchese: l’Occhio di Parvati. Dopo circa tre ore di discesa a precipizio ci accampiamo appena una balza erbosa ce lo consente. Le ginocchia friggono mentre accendo un fuoco di sterco di yak che arderà tutta la notte.

Fino a Zutul Puk (6 ottobre)

Mi sveglio con la sensazione di dover ancora superare il mitico passo. Nella valle ampi tratti di torrente sono ghiacciati. Ora abbiamo le ali ai piedi e la menta svuotata. Durante la discesa lambiamo grandi fiumi che scendono dall’Himalaya  incartando di riflessi color mercurio le valli che si intersecano. Mi separo dagli altri per attraversare il fiume che ci scorre vicino ma incontro serie difficoltà. Proseguo per un paio d’ore e vivo anch’io la mia piccola avventura nell’avventura: non riesco a trovare un nuovo guado. Solo, finalmente con me stesso, circondato dall’acqua. Rincontro il gruppo solo nel pomeriggio: “Felicità raggiunta, si cammina per te sul fil di lama. agli occhi sei barlume che vacilla, al piede, teso ghiaccio che si incrina…

Si torna a Darchen (7 ottobre)

Come ogni altro viaggio, anche questo è giunto al termine.

Mi chiedo cosa rimarrà in me delle tante emozioni vissute, dei luoghi,  degli odori, degli sguardi. Il fluire dei giorni, infatti, laverà i ricordi e li scolorirà, poichè il tempo tutto sbiadisce.  Rimarrà impresso nella mente, forse, quel puntino all’orizzonte  che si ingrandisce con la lentezza con cui si fa tutto in questi altopiani. E’ un pastore che vaga col suo gregge. Ma io saprò riconoscerlo senza guardarlo negli occhi?

 

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