CORPO DI GUERRA

Produzione Arte NomadeS.r.l.
In collaborazione Provincia di Macerata, festival Terra di Teatri

 

Già dopo la vicenda del Kosovo era nata l'esigenza di far ascoltare la nostra voce contro gli orrori della guerra e commissionammo allo scrittore marchigiano Lucilio Santoni un'opera letteraria da mettere in musica per crearne una compilation. Oggi, dopo le note vicende delle torri gemelle a New York e della guerra in Afghanistan, ci sembra più che mai opportuno lavorare su un progetto che esprima la nostra ambizione alla pace. Le atrocità della guerra a volte sembrano cosi lontane dalle nostre case, mediate come sono dai grandi mezzi di comunicazione di massa, tanto che passano attraverso la nostra coscienza senza lasciare traccia. Abbiamo volutamente, proprio per questo motivo, preso un momento storico del nostro territorio marchigiano risalente al 1943, l'eccidio partigiano di Montalto di Cessapalombo,in provincia di Macerata,  fatto ancora tragicamente vivo nella memoria di qualcuno dei suoi protagonisti, per meglio ricreare il dolore di chi vive in un territorio martoriato dalla guerra. Sul testo di Santoni stanno lavorando i gruppi musicali Gang, Ginevra di Marco, Vittorio Nocenzi del Banco del Mutuo Soccorso, Ductia, Ziringaglia, Ogam e Rossana Casale. La produzione musicale sarà convogliata in un CD la cui uscita è prevista per Maggio 2002 e verrà integrata nello spettacolo multimediale "Corpo di guerra", che verrà presentato in prima nazionale il 27 Giugno 2002 nello stesso luogo dell'eccidio, all'interno del programma del festival Terra di Teatri dell'Assessorato ai Beni Culturali della provincia di Macerata. La regia dello spettacolo è di Giorgio Felicetti e Paola Ciccarelli. Le immagini fotografiche e video sono curate da Pino Bianco.

 

CORPO DI GUERRA

In quelle immagini, in quel film da semplice operatore, da aspirante giornalista spintosi fin lì per brama di carriera, ella sta ripiegata sul fianco sinistro. Le ginocchia in flessione, mentre le braccia sono quasi dritte. Aspetta. Sembra aspettare. Ma non la morte, ch'è lì vicina e quasi tangibile - oh che bella la morte, col suo riposo infinito, con le celesti praterie e la visione del Signore - ella sembra aspettare direttamente la resurrezione della carne. Giace con tutte le dita delle mani slogate. Gliele avevano ritorte e quasi frantumate affinché non potesse usarle per difendersi, per scacciare da sé quegli orrendi soldati resi goffi dai pantaloni abbassati, simili a pinguini in calore. Giace lei, ora, legata al suolo da filamenti di sangue e liquidi organici. Nel film non si vedono gli occhi, coperti dai lunghi capelli, ma immaginiamo che li tenga chiusi per non vedere l'orrore del proprio corpo, o forse per stanchezza, o magari per quella infantile, antica paura dei topi. Anche se lì non pare un posto da topi... troppo affollato e troppo di passaggio. In tredici secondi, tanto dura il film, passano otto persone accanto al corpo di lei. E non si possono fermare, certo, perché tutt'intorno scoppiano le granate. L'operatore cerca di raccogliere qualche parola da quella bocca. Ma vediamo la mandibola in posizione innaturale. La corona dei denti, aperta per sempre, non nasconde un buco profondo dal quale fuoriesce l'abisso della vita, viene sputato fuori da una tosse emorragica, insieme a vomito e poltiglia infetta. Ma non fa schifo, neppure l'operatore prova disgusto e anzi affonda i piedi in quella pozzanghera che non è d'acqua piovana. L'articolazione dei suoni in forma di parole ha bisogno di ben altro apparato fonatorio che non quell'ammasso di lingua e palato, di labbra e gengive. No, impossibile la parola. Anche lei non prova schifo, per se stessa e per ciò che la circonda. Magari la disturba dare uno spettacolo così miserando di sé. Immagina una scena da macelleria. In effetti è quasi nuda. Per la precisione le rimane indosso un indefinibile brandello di stoffa intorno alla vita e i residui di una camicia sopra le spalle. Le natiche sono graffiate brutalmente ma la linea sinuosa del corpo è intatta. Bella. L'operatore cerca di non soffermarsi sulla parte bassa del corpo, ma pochi fotogrammi sono sufficienti per intuire la violenza avvenuta fra quelle gambe, piegate ma non troppo, corrose dall'umana tortura, ora chiuse intorno al luogo che ha fornito piacere, chiuse per sempre. Lui, si sofferma invece sulla schiena, per pudore, e allora vediamo spuntare sotto gli stracci la forma delle scapole. Vediamo alcune vertebre che a causa della curvatura del dorso spingono la pelle in più punti. Alcuni di questi fotogrammi, tanto veri da sembrare costruiti, potrebbero far parte di un servizio di moda. Intanto dall'altra parte della schiena immaginiamo due seni martoriati, e poi li vediamo, negli ultimi secondi, ammassati verso terra. Vediamo il ventre. Respira, sì respira. È viva, questo già lo sapevamo. Ora sappiamo che ha sperimentato le passioni assolute, nella crudeltà. Non ci resta niente da capire, niente da ascoltare, un silenzio. Meglio non sentire, non provare nulla: parlare del tempo e del fine settimana. Oggi sarà una bella giornata, si prevedono code in autostrada. La primavera è esplosa e sta per riversarsi nell'estate. Spero che anche voi abbiate delle ferie lunghe e serene. Dopo un anno di duro lavoro, in fabbrica o in ufficio, a scuola o al ministero, godetevi il verde dei prati e l'azzurro del cielo. Ella avrà un nome, e forse quel nome la contiene tutta, avrà un uomo o magari più uomini, qualcuno che vorrebbe amarla, magari anche nella melma purulenta in cui si trova vorrebbe abbracciarla, vorrebbe guardarla negli occhi e baciarla mescolando la propria saliva a quei liquidi infetti provenienti dalle cavità più recondite del suo corpo. Qualcuno vorrebbe forse sporcarsi con le croste e le deiezioni sparse sul corpo di lei, magari con le mani pulirle, magari deponendo un po' di saliva sul polsino della camicia e poi sfregando delicatamente sulle ferite per disinfettarle. Vorrebbe forse dirle ti amo, sei bella come la luna quando la luna è piena. Ti amo, voglio portarti con me nel posto più lontano dalla follia della guerra. E intanto le accarezzerebbe le dita slogate, la vestirebbe con i propri pantaloni e la propria giacca. Piangerebbe per quel supplizio che lei ha subito e tutto ciò rafforzerebbe il suo amore per quella carne inguaribilmente viva, condannata alla vana attesa della resurrezione. Trecentoventicinque fotogrammi, tanto dura il film nell'orologio dei vostri occhi, sembrano registrare il martirio. Ma così non è. Perché voi siete lontani, siete immersi nell'assenza, non siete da nessuna parte. Voi potete anche provare rabbia, volendo, o addirittura commuovervi, ma rimanete e rimarrete assenti, precipitati in un'altra lingua e in un'altra abitudine, collocati in un'aria spenta da cimitero. Avete nelle orecchie il racconto della felicità, il ricordo di quando si parte la mattina e si carica il bagagliaio per la montagna. Arrivate forse alla nostalgia, come esperienza ultima che ci è concesso di provare. E allora chiedete a lei, in quei tredici secondi, di aiutarvi a vivere. La implorate che vi faccia toccare con mano quella carne che a voi è sconosciuta. Le domandate se sia possibile entrare in quel martirio. Ma non è possibile. Ella invece è lì. Sta facendo notte e non parla, non vede, forse non ascolta, forse solo l'olfatto le porta l'acre odore della propria esistenza, ma vive, gettata come un escremento, vive e dovrebbe provare pietà per voi che le chiedete ciò che lei non può darvi. Ella invece non chiede nulla, anzi offre il proprio sacrificio, offre la propria sconcia sacralità carnale. Ecco la guerra degli umani. Ecco il turpe inganno, sembra voler dire il suo corpo vittima della depravazione. Guardatelo in tutta la sua impudicizia e procedete alla vostra masturbazione di rito. Poi dimenticate tutto. Non abbiate paura e dimenticate ciò che vi si è presentato come nuda esistenza. Al termine dei tredici secondi voltatevi dall'altra parte, guardate attraverso la finestra, sulla strada. Vi saranno altre donne e altri uomini, impegnati nella battaglia quotidiana, corpi dotati di una bellezza feroce e bestiale, specchi di voi stessi. Non dimenticateli. Li vedrete passeggiare nella vostra anima, li vedrete coperti di urina e di sterco, li osserverete versare sangue scuro, a fiotti, poi si uniranno a voi e andrete ad accecarvi dritti verso i raggi del sole, privati persino di un nome, in cerca del nulla e della sua pace. Il film è finito. Tredici secondi sono passati. Un'eternità trascorsa senza parole e senza sguardi. Ella è stata la testimonianza, per sempre vivente, del dolore estremo di non poter morire. Voi siete stati testimoni della condanna totale, marchiata sui vostri corpi, di non poter vivere.

CORPO DI  GUERRA - Frammenti per canzoni -

Composte e interpretate da THE GANG

La band marchigiana, fondata agli inizi degli anni ’80 dai fratelli Marino e Sandro Severini, ha da sempre legato la propria musica a problematiche sociali e politiche, raccontando l’Italia di oggi con spirito critico, ribelle e anticonformista e con una coerenza mai venuta a mancare nel corso dei lunghi anni di militanza. A partire dall’aggressività caratteristica del combat rock degli esordi il corso musicale del gruppo ha abbracciato la tradizione folkloristica, approdando a quei modelli di canzone popolare contemporanea tanto cari a De Andrè, Fossati e Guccini, che si ritrovano immutati nei due brani di apertura di Corpo di Guerra “Il tempo in cui ci si innamora” e “Aprile”: un rock partigiano di stampo squisitamente nazional-popolare che si rivolge direttamente all’ascoltatore, alla cui memoria consegna una storia moderna con intenso vigore e innocente tristezza.

IL TEMPO IN CUI CI SI INNAMORA

Fuori ai cancelli del cielo la notte era buona per arrenderci al sangue notte dall’aria innocente con le dita puntate fra gli occhi e la luna ma la luce verrà, verrà, verrà così vedrai Verrà vedrai il tempo in cui ci si innamora Fuori nella terra che prega l’idea del diluvio era appena finita giorno era l’ultima uscita la scelta di sempre o la borsa o la vita ma non sarà così mai più mai Verrà vedrai il tempo in cui ci si innamora Ora nel puro silenzio ci resta soltanto scivolare nel fondo per cercare chi ancora non s’è fatto ombra per non esser più soli e trovare un amore quell’amore che è tutto, è tutto, è tutto tutto il peso del mondo Verrà vedrai il tempo in cui ci si innamora

APRILE

Venite qui stasera venite piano piano che fra la febbre e il gelo che fra la neve e il grano in mezzo ci sta aprile e voi già lo sapete di tutti i mesi aprile è quello più crudele Venite su al confine nell’ora del tramonto voi che siete stati siete il sale del mondo voi che vi siete fatti vivi e viva è la memoria del giorno che in aprile ci siamo fatti storia C’è un corpo sul confine lasciato lì per terra offeso dalla guerra venitelo a guardà E il sangue odora forte odora come ai tempi quando il fratello disse all’altro “andiamo ai campi” e l’altro suo fratello aveva il cuore in mano quando gli rispose “ai campi, ai campi andiamo” C’è un corpo sul confine un corpo steso a terra sporcato dalla guerra venitelo a guardà E' vero questo sangue che bagna le ferite è vero come un fiume che preme sulle rive è vero come un uomo che ha nostalgia del pianto la verità è al confine nell’ora del tramonto Venite qui stasera venite quando è aprile guardate nel silenzio il cuore della luce del sangue la mia terra no, non ha più sete morire non si può in aprile risorgere si deve C’è un corpo sul confine lasciato li per terra è un corpo di guerra venitelo a salvà.

Composte e interpretate da ZIRINGAGLIA

La “Ziringaglia”, compagnia di suonatori e artisti da battaglia incontratisi sul finire dell’estate del ’96, rappresenta un ideale carrozzone di zingari, girovaghi randagi e vagabondi, che si aggira claudicante nelle contrade del mondo. La colorata musica d’autore è pervasa da una allegra malinconia o una malinconica allegrezza in un alternarsi di atmosfere circensi e teatrali, fatte di ritmi saltellanti e dolci melodie fortemente influenzate da sonorità Rom e Klezmer. I brani presentati nella compilation “Corpo di Guerra” rimandano a quelle stesse atmosfere gitane, a metà tra favola e realtà, briose nel ritmo e allo stesso tempo cupe nelle melodie e negli interventi vocali, che nell’immaginario collettivo prendono le forme di una nuova Sarajevo, devastata da una guerra fratricida, ferita nel profondo dai suoi stessi figli, testimone e allo stesso tempo vittima delle follie dei nostri giorni.

FUGGONO

E' un odio da un altro tempo; è un desiderio che deriva dai secoli. Ed ora essi hanno perso se stessi, hanno perso la propria città senza averla. Dappertutto le piogge incessanti gli autocarri che viaggiano lenti, la stanchezza, il cappotto pesante come un sudario. Fuggono.

NON PARLA

E non parla non dice il suo tormento, chiusa in una lingua a metà una lingua piena di consonanti, lei s'affida solo alla voce dei vendicatori e intanto sogna, delira chiama i morti che alla sua festa, lei inviterà. Il suo respiro lieve è di quelli che lasciano già immaginare che tutto perderà.
Composte e interpretate da VITTORIO NOCENZI

Fondatore, compositore e tastierista dello storico gruppo del Banco del Mutuo Soccorso, Vittorio Nocenzi è anche autore di balletti di musica contemporanea e di colonne sonore per cinema e televisione, e l’interminabile lista delle produzioni che lo coinvolgono lo rende a ragione uno dei più importanti tastieristi della storia della musica italiana, stimato all’unanimità da pubblico e critica. Il suo intervento nell’opera Corpo di Guerra è forse quello più gradevolmente di maniera, incalzante e ossessivo nelle note del piano in “una cosa sola” che sostiene la claustrofobia del parlato e degli interventi elettro-noise, etereo nelle impalpabili melodie vocali di “le fughe, i ritorni”.

UNA COSA SOLA

Quando il sangue e la memoria sono una cosa sola non serve coprire le nudità, non serve evitare la tortura, non serve salvare l’anima. Basta gridare “odio tutti quei volti, odio”. Non serve salvare l’anima, non serve coprire le nudità. Il sangue e la memoria sono una cosa sola.

LE FUGHE, I RITORNI

Siete stati chiamati, voi tutti siete stati chiamati a produrre macerie, a vivere il tempo della menzogna e delle sentinelle. Ed ora assistete alla corsa delle uniformi. Oh le fughe (le fughe, le fughe) le fughe, i ritorni. Le corse verso il mare corrotto dalle città di sabbia le rovine della primavera il vetro opaco che si rompe in mano prima dell’arrivo. Le nostre fughe (le fughe, le fughe) le fughe, i ritorni. I vostri occhi torneranno all’orizzonte, per non vederlo in un inutile dolore sommerso, dolore sommerso. Siete stati chiamati, voi tutti siete stati chiamati. Le nostre fughe (le fughe, le fughe) le fughe, i ritorni. I vostri occhi torneranno all’orizzonte, per non vederlo in un inutile dolore sommerso, sommerso, dolore sommerso, dolore sommerso.

Composte e interpretate da GINEVRA DI MARCO & FRANCESCO MAGNELI

Il nome di Ginevra Di Marco viene il più delle volte accostato a quello dei C.S.I., condividendo con il consorzio sia la brillante carriera artistica sia il compagno di vita (il tastierista Francesco Magnelli), mentre alcuni la potrebbero ricordare nelle vesti di corista di lusso di tale Max Gazzè, altro protagonista della musica d’autore italiana. Ma Ginevra non è questo, non solamente, è innanzitutto arte del canto all’ennesima potenza che si esplicita anche nei progetti realizzati come capace ed affermata solista, e che regala all’opera Corpo di Guerra due momenti tanto intensi quanto tra loro dissimili, quasi dissonanti. La voce duttile si piega morbida nella eccelsa levità di “corpo di guerra (uno)”, per poi impennarsi nell’energia delle distorsioni di “corpo di guerra (due)”, brano questo maggiormente influenzato dal repertorio C.S.I. Una delle vocalist maggiormente dotate in circolazione con un enorme statura d’artista a tutto tondo.

CORPO DI GUERRA (UNO)

Non è giusto che le cose durino così a lungo pensò guardando il disertore che non voleva cadere Il chiarore asciutto del sottoponte era quasi accogliente quel corpo si agitava era la primavera o i colpi sotto la pelle Madre severa ci veglia la memoria ci consegna intatti alla nostra storia Immaginò i millenni e i popoli e avvertiva un dolce languore come a scorrere nelle sue vene fosse la materia delle stelle Madre Severa ci veglia la memoria ci consegna intatti alla nostra storia Padre ricordo che anche tu facevi fatica a stare in piedi padre ricordo che anche tu facevi fatica a stare in piedi….

CORPO DI GUERRA (DUE)

Bruciarsi nel corpo di un altro così senza farsi notare ci sarà pure un motivo Bruciarsi nel corpo di un altro ci sarà pure un motivo ci sarà una ragione Bruciarsi nel corpo di un altro invece trattengo il respiro per non piangere Quando tutt’intorno non c’è altro quando tutt’intorno non c’è altro che quel corpo immerso nel furore del suo pianto Bruciarsi nel corpo di un altro ci sarà pure un motivo ci sarà pure un motivo Quando tutt’intorno non c’è altro quando tutt’intorno non c’è altro che quel corpo immerso nel furore del suo pianto I documenti bruciati l’Oriente l’Occidente immenso disorientato da un corpo e da una voce che non so neppure di chi fosse e perché non parlava

Composte e interpretate da DUCTIA

La band toscana, che trae il proprio nome da una danza medievale in due movimenti molto in voga nel XII secolo, attraversa con la propria produzione varie aree geografico-musicali, in una miscela sonora in cui strumenti tradizionali della cultura celtica folk del passato si combinano a melodie mediterranee e ambientazioni rarefatte tipiche della new age. Le diverse influenze confluiscono così in due brani caratterizzati da una dimensione artistica di matrice profondamente folkloristica-popolare, in cui gli strumenti acustici sorreggono una voce che nei toni ricorda lontanamente quella Teresa De Sio che ancora oggi rappresenta un punto di riferimento della tradizione musicale peninsulare.

LA BREZZA TRA GLI ULIVI

Dolce brezza tra gli ulivi che sfioravi i miei capelli eri triste quella sera non lo scorderete mai quanto ti ho desiderato dolce vento tra gli ulivi come a volte si desidera che giunga presto la fine Quando poi le mie parole impastate per viltà rosso scuro di dolore accarezzai ancor vola dritto fino al sole urlale senza pietà grida forte anche il mio nome e quando fa male la vita Dio del cielo che hai fatto di questo deserto un giardino non scordarti di me Dio del cielo che hai dato la vita anche a chi non capiva non scordarti di noi Laverò le tue bellezze dolce pioggia pioverà curerò le tue ferite fino dentro all’anima poi ti porterò lontano via da questa crudeltà là dove volevi ancora sentirti dire ti amo Dio del cielo che hai fatto di questo deserto un giardino non scordarti di me Dio del cielo che hai dato la vita anche a chi non capiva non scordarti di noi Dio del cielo che hai dato la vita anche a chi non capiva non scordarti di noi

SFINITA

Siete venuti qui per solidarietà per alleviare un po’ la sofferenza tra noi e tutt’intorno a voi nubi di polvere fiumi di lacrime, quant’amarezza e dolor ma non avete visto la mia città non avete ancora visto la mia città ed io sfinita qui stesa su un fianco somiglio appena a quella che c’era in me no, non copritemi, non nascondetemi voglio mostrare qui a tutti la mia città ma non avete visto la mia città non avete ancora visto la mia città non avete visto niente della mia città voi non avete visto la mia città Ma non avete visto la mia città non avete ancora visto la mia città non avete visto niente della mia città voi non avete visto la mia città

Composte e interpretate da OGAM & TIZIANA GHIGLIONI

Nati nel 1988, gli Ogam sono fautori di una ricerca artistica che vuol essere conoscenza, fusione di tradizioni e migrazione: il trio maceratese scava a piene mani nelle culture etno-world per proporre una musica che è influenza e contaminazione a trecentosessanta gradi, un crossover di tradizioni che amalgamandosi creano un connubio di memoria ed atmosfere attualissime, in cui la melodia è fulcro e leva, centro e periferia, causa ed effetto. Alla loro collaborazione con la vocalist Tiziana Ghiglioni è affidata la chiusura dell’opera Corpo di Guerra, tre brani in cui le sonorità incorporee della sezione strumentale si scontrano con l’energia delle impostazioni canore tipiche dello swing-jazz. Una menzione particolare al pezzo di chiusura, in cui il gruppo si spinge oltre i limiti della sperimentazione rumorista, fino ai confini del noise glaciale dell’islandese Bjork: coraggioso, anticonformista, futuristico.

L'ALTROVE

Dice di vedere, lì, sotto quel ponte, di vedere i suoi simili in carovana abbandonano la città, seguendo le grandi strade a nord - verso il nord del mondo Dice che vorrebbe partire anche lei da ciò che le resta, lasciare quel corpo quella memoria immensa e non sentire più il tanfo dei sopravvissuti. Dice di vedere…dice di vedere Dice di vedere ma intanto non guarda ha gli occhi chiusi sul tempo che si sbriciola le domande dell'esistenza affollano la mente oltre il groviglio dei sentimenti. Dice di vedere…dice di vedere Dice di vedere, dice di intuire il millennio che c'è fuori, ma fuori c'è la storia giocata sulle barricate, densa di leggende e nebbie c'è l'altrove infinito. Dice di vedere, lì, sotto quel ponte, di vedere i suoi simili in carovana abbandonano la città, seguendo le grandi strade a nord - verso il nord del mondo Dice di vedere…dice di vedere

QUI SI COMPIE LA MIA STORIA

Qui si compie la mia storia anche se la vita non se ne va non se ne può andare, no, non può andare Qui si compie la mia storia è il tempo delle parole vuote è il tempo delle ore senza senso E mi sento andare a fondo nella cavità dell’esistenza dove non c'è più voce non c’è e mi sento andare a fondo dove il buio si apre al buio e la terra si apre alla terra.

PIU' NULLA

Alla fine più nulla ma io continuo a vivere in un tempo imprevedibile misterioso tanto quello passato nelle carezze, e quello futuro nel quale mi dissanguo.

LE FOTO DELLO SPETTACOLO



 

I MORTI DI MONTALTO
(da Max Salvadori, La Resistenza nell' Anconetano e nel Piceno, 1963, pp. 272-275)






Caldarola. Qui fa una breve sosta, l'autocarro imbocca la nota strada di Montalto. Ma perché portarci lassù? Che cosa vorranno fare?... Dopo pochi chilometri incontriamo il venerando parroco don Antonio Salvatori. I fascisti dicono bruscamente: " Tu sei il prete dei ribelli, sali sull'autocarro! ". Procediamo velocemente in mezzo a fitta nebbia. Speriamo che i nostri compagni si accorgano in tempo per mettersi in salvo!... A 500 metri, la sentinella, sentendo insolito rumore di autocarro, spara quattro colpi di fucile per avvertire tutti. I fascisti impauriti, si precipitano dall'autocarro, si sparpagliano a ventaglio, circondano la zona, per prendere in una sacca tutti i patrioti. Per circa due ore, attendiamo incerti sulla sorte nostra e dei nostri compagni. Poi avanzano lentamente una decina di fascisti armati di fucili automatici, con alcuni compagni feriti e sanguinanti... uno dietro l'altro -con le mani alzate - le coperte in spalla, lo spavento in volto. I compagni vengono inquadrati lungo la strada. Un fascista con un bastone ci costringe a tenere le mani in alto; altri fascisti perquisiscono i nuovi arrivati, togliendo portafogli, orologi, catenine. Arriva poi li ten. Barilatti, e viene anch'esso allineato con gli altri lungo la strada. Accortosi di me, mi stringe fortemente la mano...In ultimo arrivano il ten. Ferrari Manlio di Pesaro e il maresciallo Proietti di Tolentino, con una decina di compagni, rastrellati lungo la strada con le mani in alto e perquisiti...Dopo ansiosa attesa, tempestata da mille supposizioni, giunge il tenente della milizia, e alle ore 10 dà l'ordine di iniziare la fucilazione... Tre fascisti e due tedeschi formano il terribile plotone di esecuzione. Dopo breve interrogatorio, sufficiente per manifestarsi alto esempio di patriota. Il ten. Barilatti, da poche ore comandante del gruppo, sentendo piena la sua responsabilità di capo, abbraccia uno per uno, tutti... Quattro a quattro vengono stroncate fiorenti giovinezze. Qualcuno non morto con la scarica dei mitragliatori si lamenta pietosamente. I militi impietriti lo finiscono a colpi di pistola. E' la volta del quarto turno - il mio. Percorro pochi metri che mi separano dal luogo della fucilazione con l'anima nella più grande agitazione. Non faccio neppure in tempo ad arrivare, che una scarica di "automatico" parte. Non so neppure io come cado a terra, colpito da alcune pallottole non mortali, al fianco, al braccio, alla gamba destra. Inizia cosi per me una protezione divina. Non mi preoccupo delle ferite quantunque non poco sanguinanti. Tutta l'attenzione è di non lamentarmi e di non muovermi affatto, per evitare il colpo di grazia. il freddo è intenso. Il sangue che esce dalle mie ferite mi incomincia a spaventare. Altri quattro compagni cadono e mi coprono. Anche il sangue di essi scorre copioso, mi macchia il volto, la testa, la schiena, tutto. Brevi istanti passano, poi sento togliere i cadaveri di sopra. Si saranno forse accorti di me che sono ancora vivo?... Mi daranno il colpo di grazia? Riconcentro tutto me stesso a comparire morto. Mi prendono fortunatamente quei compagni che attendono per essere fucilati. Mi trascinano per qualche spazio, poi sento mancarmi il terreno e scivolo velocemente per una scarpata. Altri fucilati mi cadono bruscamente sopra, e sento di qualcuno l'ultimo respiro... Attendo immobile sulla neve circa tre ore. sento venir gente. Mi accorgo che non sono fascisti. Raccogliendo allora tutte le mie forze, lentamente mi alzo emozionato nel vedere un mucchio di compagni inerti. La gente spaventata, indietreggia, piange, si lamenta. Penso subito che nel mucchio ci deve essere qualcuno salvo come me. Mi dò a chiamarli ad uno ad uno: Audio Carassai, Luigino Cerquetti, Balilla Pascolini, Peppino Guerrieri, Umberto Lucentini, Peppino Cegna, Nicola Ciarapica, Ennio Proietti, Arduino Germondari, Ugo Sposetti, Adino Baccarelli, Umberto Angelelli, Spartaco Perugini, Radames Casadidio, Gian Mario Fazzini, Mariano Scipioni, Giacomo Saputo, Manlio Ferrari, Bruno Principi, Nazzareno Bartoli, Armando Mogetta, Armando Pettinari, Alberto Patrizi, Lorenzo Bernardoni, Primo Stacchietti, Mariano Cuttini. Come fuori di me mi accorgo che sono tutti morti. Io solo sono "superstite fra i fucilati di Montalto"... Alle 13,30 vengo ricoverato nella vicina casa di Cicconi Emilio. Chiedo solo di poter riposare... 23 Marzo - Vengo a conoscenza che alcuni miei compagni tolentinati sono stati risparmiati, altri nella sacca di ieri sono stati trucidati nel sottostante Vestignano. Peramezza Nicola, accortosi dei fascisti, precipitandosi in un dirupo, fu colpito in volo dai mitragliatori. Avvistato semivivo, alcuni scesero e fecero scempio del suo corpo. Altri da Tolentino si nascosero in un forno inutilmente. Romundo Mario, forzato ad uscire, sebbene con le mani alzate in segno di resa, cadde colpito da più pallottole e poco dopo moriva. Orazi Guidobaldo, rimasto nascosto a poca distanza, veniva colpito da un colpo di rivoltella al cuore, restando freddato sull'istante. Cappellacci Lauro, forzato come il primo ad uscire dal forno, con le mani alzate implorando pietà, venne barbaramente trucidato...Il ten. Barilatti Achille dopo aver assistito, straziato, all'assassinio in massa di 27 giovani inermi, fu portato a Muccia presso la sede del Comando nazi-fascista, per estorcergli informazioni. Barillatti si rifiutò. Promessagli la salvezza purché avesse parlato, preferì la morte.    Scheda del disco

 


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